Storia in laboratorio

Storia in laboratorio

La Dott.ssa Maria Antonietta La Torre oggi ci apre lo sguardo su un tema interessantissimo: “Studiare la storia in laboratorio”.

Si può studiare la storia in laboratorio?

Certamente sì e sarà per gli studenti una scoperta meravigliosa che li avvicinerà molto più di prima alle radici che ognuno di noi deve conoscere.

Per i docenti molto più gratificante che utilizzare solo il testo in classe.

La Dott.sa La Torre afferma che:

“le opzioni di attività laboratoriali per la storia sono innumerevoli e particolarmente utili per agire sulla motivazione degli studenti nei riguardi di una materia che, specie nello studio dei periodi più remoti, viene percepita sovente come totalmente avulsa dal presente, del tutto priva di attrattiva e, diciamolo, “inutile”, per la disperazione dei docenti, il cui compito è invece proprio quello, non solo di suscitare interesse, ma di far comprendere l’utilità”.

In un’aula-laboratorio, infatti, le potenzialità di lavoro sono davvero infinite, dalle simulazioni di dialoghi con personaggi del passato, all’elaborazione di volantini o giornali d’epoca.

“Gli studenti possono allora essere stimolati ad attingere a fonti di generi diversi, rese ormai accessibili grazie alla rete Internet e ai numerosi Enti di ricerca che stanno pian piano mettendo a disposizione tutti i loro archivi in formato digitale. Trasformare gli studenti in “investigatori” della storia, allora, significa anche stimolare il senso critico, far germogliare in loro la curiosità che viene dal capire che quel “sapere” può essere discusso e se ne può fornire una lettura diversa da quella proposta nel manuale, cosa che, naturalmente, non può avvenire con un esperimento nel laboratorio di chimica. Ecco che si attivano esperienze capaci di favorire lo sviluppo della capacità interpretativa, dell’attitudine alla scoperta e a porsi in ogni circostanza degli interrogativi: in breve, il pensiero critico”.

Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
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Contributo della Dott.ssa Maria Antonietta La Torre.

Storia in laboratorio

Nell’area delle discipline umanistiche lo studio della storia è senza dubbio quello che maggiormente si presta ad una didattica laboratoriale.

Potrebbe sembrare un’affermazione azzardata: che cosa mai si può sperimentare, scoprire, manipolare in merito ad eventi sepolti nel lontano passato?

Ed invece le opzioni sono innumerevoli e particolarmente utili per agire sulla motivazione degli studenti nei riguardi di una materia che, specie nello studio dei periodi più remoti, viene percepita sovente come totalmente avulsa dal presente, del tutto priva di attrattiva e, diciamolo, “inutile”, per la disperazione dei docenti, il cui compito è invece proprio quello, non solo di suscitare interesse, ma di far comprendere l’utilità.

Ebbene, in un’aula-laboratorio le potenzialità di lavoro sono davvero infinite, dalle simulazioni di dialoghi con personaggi del passato, all’elaborazione di volantini o giornali d’epoca.

Se tra gli obiettivi didattici dello studio della storia troviamo la capacità di collocare le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche in una dimensione storico-culturale ed etica, nella consapevolezza della storicità dei saperi;

di analizzare criticamente il contributo apportato dalla scienza e dalla tecnologia allo sviluppo dei saperi e dei valori, al cambiamento delle condizioni di vita e dei modi di fruizione culturale; di riconoscere l’interdipendenza tra fenomeni economici, sociali, istituzionali, culturali e la loro dimensione locale / globale;

di divenire consapevoli del possibile valore sociale della propria attività, partecipando alla vita civile e culturale, ai docenti è fatto obbligo di non trattare la storia come una arida, noiosa narrazione cronologica di eventi passati, bensì di suscitare curiosità e interrogativi, di far comprendere che c’è sempre un possibile legame col tempo presente e che proprio comprendendo il passato possiamo evitare di ripeterne gli errori.

La recente pubblicazione dell’INDIRE, Insegnare storia in laboratorio. Connettere didattiche attive ed esigenze curricolari con uno sguardo all’uso del patrimonio culturale, a cura di Pamela Giorgi (Carocci, 2023, volume scaricabile gratuitamente previa registrazione) muove proprio in tale direzione, proponendo un approccio non solo epistemologicamente fondato, ma anche ricco di suggerimenti operativi, calibrati adeguatamente sui diversi ordini di scuola.

L’approccio metodologico, del tutto condivisibile, volto al superamento della distanza tra teoria e pratica, è efficacemente sintetizzato nel titolo del saggio introduttivo di Stefano Oliviero, “i bambini ‘bravi’ non forniscono risposte, ma formulano domande”:

ciò significa intendere lo studio della storia come frutto di una didattica attiva, che insegna agli studenti ad attingere alle fonti, a porsi domande, a costruire essi stessi delle narrazioni.

Tale proposta, per altro, è in linea con le più recenti indicazioni dirette al superamento del criterio meramente disciplinare, per sviluppare piuttosto le competenze.

Ciò però non significa, e intendiamo sottolinearlo fortemente, rendersi fautori di un mero “saper fare”, privo di sostanza e radici nel sapere tout court.

La scuola delle competenze deve pur sempre basarsi su solide basi di conoscenze, per il conseguimento delle quali il docente resta la guida insostituibile.

Tuttavia, queste conoscenze non possono essere acquisite soltanto con una didattica trasmissiva, ma anche coinvolgendo gli studenti nell’elaborazione di problemi concreti, secondo un approccio costruttivistico, il quale intende favorire negli allievi, per usare le parole della curatrice del volume “un processo di co-costruzione di conoscenza all’interno di una didattica prevalentemente attiva”.

Gli studenti possono allora essere stimolati ad attingere a fonti di generi diversi, rese ormai accessibili grazie alla rete Internet e ai numerosi Enti di ricerca che stanno pian piano mettendo a disposizione tutti i loro archivi in formato digitale.

Si dirà che oggi anche i classici manuali scolastici mettono a disposizione delle fonti, poiché la didattica della storia da tempo ha rinunziato alla mera enunciazione cronologica degli eventi, ma queste fonti sono già previamente selezionate in linea con la visione degli autori e non stimolano gli studenti a compiere una propria ricerca e una propria valutazione.

Sappiamo bene, del resto, che un manuale di storia è qualcosa di ben diverso da un manuale, ad esempio, di fisica, poiché esso presuppone un punto di vista storico, una modalità interpretativa e anche una visione politica della storia, degli eventi, delle loro cause immediate e remote.

Mentre una legge della fisica è tale per tutti, l’individuazione delle cause che spiegano taluni eventi storici, o delle conseguenze che essi hanno provocato, oppure delle motivazioni che hanno indotto gli uomini del passato ad agire in un certo modo è, al contrario, un processo delicato e mai interamente oggettivo, bensì inevitabilmente influenzato da ideologie, visioni del mondo e convinzioni, per quante fonti si possano consultare.

Trasformare gli studenti in “investigatori” della storia, allora, significa anche stimolare il senso critico, far germogliare in loro la curiosità che viene dal capire che quel “sapere” può essere discusso e se ne può fornire una lettura diversa da quella proposta nel manuale, cosa che, naturalmente, non può avvenire con un esperimento nel laboratorio di chimica.

Ecco che si attivano esperienze capaci di favorire lo sviluppo della capacità interpretativa, dell’attitudine alla scoperta e a porsi in ogni circostanza degli interrogativi: in breve, il pensiero critico.

Il volume riporta esperienze e sperimentazioni di didattica laboratoriale della storia, a partire dalla scuola primaria, nella quale già è previsto un “uso” delle fonti, sebbene soltanto classificatorio o illustrativo, che però attiva curiosità per i costumi culturali e competenze metodologiche di primo livello nella valutazione e nella “investigazione”, ad esempio, spingendo le bambine e i bambini a “decodificare testi, immagini, manufatti e qualsiasi cosa suscettibile di essere interrogata guardando al passato”.

Nella scuola secondaria di primo grado si può avviare il passaggio a una concezione più consapevole, attiva e trasversale della disciplina e si può iniziare a stimolare la nascita di un senso critico, anche e soprattutto attivando, grazie al laboratorio, processi di apprendimento collaborativo.

Nella scuola secondaria di secondo grado, invece, si delinea nella sua pienezza l’idea della “storia come ricerca”, e anche la sua valenza formativa anche in un senso del tutto nuovo che vorremo qui evidenziare: come gli studenti sono sommersi da una molteplicità di informazioni, spesso contrastanti tra loro, tra le quali può essere difficile operare selezioni affidabili, così la ricerca storica e la selezione e valutazione delle fonti può fornire strumenti idonei a orientarsi nel mondo del digitale, nella cosiddetta “infosfera”, con tutti i suoi contrastanti e disorientanti messaggi.

Come si vede, obiettivo tutt’altro che avulso dal reale vissuto degli allievi.

Il volume è, dunque, ricco di utili esperienze concrete e di schede didattiche operative, replicabili in diversi contesti scolastici: laboratorio, dunque, ma dopo, accanto o anche prima, se si vuole, del consolidamento di un sapere ben organizzato e del sostegno rassicurante, è la tesi del libro, di un manuale ben strutturato, di un sapere, potremmo dire, anche “inutile”, nel senso inteso dalla filosofia Agnes Heller quando scrive: «Se qualcuno dovesse chiedere a me, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: “Prima di tutto, solo cose inutili, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita”. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose».

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