Smartphone in classe: ciò che divide unisce

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La polemica circa l’uso dello smartphone a scuola va avanti ormai da settimane

Lo smartphone riposto in un cassetto per tutta la durata delle lezioni e recuperato solo al termine della giornata scolastica: è l’idea messa in pratica dalle Scuole Malpighi di Bologna e ripresa da diversi istituti in Italia. La proposta lanciata dalla dirigente scolastica Elena Ugolini, ha trovato il favore di molti presidi e docenti. Un dilemma che ciclicamente si ripropone nel mondo della scuola: spegnere del tutto lo smartphone o insegnare a usarlo in modo corretto? 

Prima però bisogna fare una premessa. Qui non si parla infatti dell’utilizzo del telefono in classe, cosa vietata fin dai tempi del ministro Fioroni al Miur, la novità è un’altra: non è solo vietato usare lo smartphone, è proprio da consegnare all’ingresso. “A scuola il rischio è che utilizzare il telefono possa aumentare le distrazioni dei ragazzi – dicono dalla Malpighi – e annullare o quasi la dimensione sociale a scuola”. La rettrice del Malpighi ha esteso il provvedimento anche agli insegnanti del liceo, imponendo anche a loro “l’inevitabilità dell’esserci, che deve essere reciproca, come il rispetto“.

Gli studenti, dal canto loro, respingono questa visione ma secondo Studenti.it uno su tre degli intervistati dice che oggettivamente avere il telefonino durante la lezione costituisce una distrazione.

Tra i dirigenti scolastici contrari a tale misura c’è chi come Gianmarco Martelloni, dirigente dell’Iis Capirola di Leno in provincia di Brescia, sostiene che è “più utile far capire come usare lo strumento che gli studenti hanno tra le mani tutto il giorno, anche fuori da scuola. Vietando l’uso degli smartphone ne sarebbero ancora più attratti“.

Un’unica strada percorribile: il dialogo

Filosofie contrastanti, dunque, ma che devono necessariamente convergere in un dialogo aperto con gli studenti. Una scuola che toglie i cellulari agli alunni non compie un abuso e non respinge la contemporaneità. A patto, però, che ciò sia accompagnato da un confronto sincero e costante. É qui che un bravo insegnante può fare la differenza, mantenendo un dialogo aperto con i suoi studenti e non semplicemente vietando.

Una scuola chiede giustamente presenza, condizione necessaria per imparare. Senza presenza la scuola si sfilaccia, perde senso e identità. Ne abbiamo avuto la dimostrazione durante l’era della Dad. Lasciando in un cassetto il telefonino, quei ragazzi sperimenteranno la stupefacente intensità del qui e ora.

L’istruzione è la soluzione più potente contro i mali del mondo. Purtroppo oggigiorno, soprattutto tra i ragazzi, non viene compresa l’importanza della scuola perché percepita come un peso. Andare a scuola significa accendere un fuoco, dischiudere la mente come un paracadute. Non dovremmo far fatica a sostenere che un maestro, un bambino e un libro racchiudono in sè il potere del cambiamento. É importante non rimanere ignoranti per diventare degli esseri pensanti, facendo valere le proprie scelte e non restando passivi al volere degli altri. Un Paese che non tutela la scuola e non la incoraggia è un Paese in declino, non tira su cittadini consapevoli. Così la scuola dovrebbe sensibilizzare gli studenti a pensare e pensare bene significa non essere manipolati dai mezzi di comunicazione, l’istruzione è uno strumento che può permettere l’emancipazione e un’opportunità di riscatto personale.

L’insegnante cura l’anima, forgia il carattere, attiva la dimensione desiderante dell’allievo e permette a quest’ultimo di imparare a vedere oltre con lo sguardo capace di cogliere l’invisibile per addentrarsi in un mondo simbolico. In quest’ottica l’allievo non è un recipiente da riempire, ma incarna il desiderio di sapere. Tutto il resto — i messaggi Whatsapp, i commenti, la condivisione, la socialità virtuale — resterà al sicuro ad aspettarli all’uscita. 

 

 

 

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