Napoli: San Giovanni a Carbonara torna a nuova vita

San Giovanni a Carbonara

Con la conclusione dei lavori di ristrutturazione è di nuovo fruibile la chiesa partenopea di San Giovanni a Carbonara. Un’occasione formativa per tante scuole napoletane

San Giovanni a Carbonara, chiesa napoletana del XIV secolo, è stata recentemente restituita ai fedeli partenopei dopo la conclusione dei lavori di restauro realizzati dal Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche. 

Un luogo non solo di culto ma altamente simbolico per Napoli, grazie ai tanti artisti che, nel corso del tempo, vi hanno lavorato: da Giorgio Vasari a Ferdinando Sanfelice, passando per lo spagnolo Diego de Siloé.

La chiesa è celebre anche per essere il Pantheon degli ultimi esponenti della dinastia angioina e luogo di incontro per intellettuali del calibro di Jacopo Sannazaro e Giovanni Pontano

Le scuole napoletane potranno così organizzare visite guidate in uno tra i luoghi più suggestivi e rappresentativi della splendida Partenope.

Un complesso monastico sorto… in una discarica

La chiesa di San Giovanni a Carbonara e l’annesso monastero agostiniano costituiscono il lascito di un benefattore del Trecento, Gualtiero Galeota, appartenente al Sedile di Capuana

Galeota, fu marito di Serella Brancaccio e grande amico del poeta Giovanni Boccaccio, che visse a Napoli tra il 1327 e il 1340. 

Il nobile decise di affidare, tra il 1339 e il 1343, una sua proprietà, ubicata in una zona malsana di Partenope, ai monaci dell’Ordine Agostiniano. Questi ultimi fondarono così il loro monastero e la chiesa nella zona conosciuta come Carboneto (o Carboneta) perché destinata alla raccolta dei rifiuti inceneriti. 

Sepoltura a San Giovanni Carbonara per un sovrano che sognò l’Italia Unita molto prima del Risorgimento

Dopo Gualtiero Galeota San Giovanni a Carbonara deve molto a Ladislao I di Napoli, sovrano dal 1386 al 1414. Il monarca, ultimo erede maschio degli Angiò-Durazzo, aiutò economicamente i frati agostiniani, arricchendo l’interno della chiesa con marmi pregiati. Fece anche erigere un chiostro che prese il nome di questo illustre mecenate che tentò già all’epoca di unificare l’Italia

Un sogno che si infranse il 6 agosto 1414, giorno in cui Ladislao I morì nella sua amata capitale all’età di soli 38 anni. 

Sua sorella ed erede al trono, Giovanna II, lo fece seppellire a San Giovanni a Carbonare in un sontuoso monumento funebre realizzato dall’architetto e scultore Andrea da Firenze tra il 1414 e il 1428 circa. L’opera è ubicata alle spalle dell’altare maggiore, nella zona absidale della chiesa.

Monumento funebre di Ladislao I
Monumento funebre di Ladislao I

Cappella dei Caracciolo di Vico

All’interno della chiesa, a navata unica, sono presenti 8 cappelle, tra le quali possiamo ricordare, per il loro alto valore artistico, la cappella dei Caracciolo di Vico e quella dei Caracciolo del Sole

Nella prima, realizzata in due tempi diversi nel corso del XVI secolo, sono sepolti i due principali committenti: Galeazzo Caracciolo di Vico e il figlio, Nicolantonio. L’attribuzione dell’architetto non è certa, secondo alcuni della scuola romana del Bramante, secondo altri di Giovanni Francesco Mormando

Ciò che è certo, invece, sono i nomi degli artisti che hanno realizzato l‘altare dell’Epifania, gli spagnoli Bartolomé Ordóñez e Diego de Siloé (1517 circa). I due monumenti funebri furono realizzati da più autori, tra i quali possiamo ricordare Girolamo D’Auria e Annibale Caccavello.

Cappella dei Caracciolo del Sole

La seconda cappella fu voluta nel 1427 da una tre le figure più importanti del Regno di Napoli in quel periodo, Sergianni Caracciolo, gran siniscalco e influente amante della regina Giovanna II. Dopo la sua tragica morte, avvenuta per una congiura di palazzo nel 1432, la committenza dell’opera passò al figlio ed erede, Troilo

Quest’ultimo, attorno al 1441, decise di commissionare il monumento funebre paterno da posizionare sulla parete principale della cappella. Autore del monumento funebre è Andrea da Firenze, che però ha “soltanto” completato il lavoro iniziato da autore ignoto di scuola lombarda.

Nella Cappella dei Caracciolo del Sole sono realmente impressionanti i tre cicli di affreschi che decorano le pareti, risalenti alla prima metà del XV secolo XV. 

Leonardo da Besozzo ha realizzato le Storie della Vergine, Perinetto da Benevento si è occupato delle Storie Eremitiche. Antonio da Fabriano, invece, ha avuto l’onore di immortalare il proprio nome realizzando le Storie dei Santi.

Una chiesa da visitare per conoscere una parte così significativa della Storia di Napoli.

Articolo a cura di Alessandro Maria Raffone

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