Lina Wertmüller ha saputo ritrarre la società italiana del suo tempo e le disuguaglianze sociali nel mondo del lavoro e nella scuola

Lina Wertmüller si è spenta lo scorso 9 dicembre a Roma, all’età di 93 anni. Nata nella Capitale nel 1928, da padre di famiglia aristocratica e di origini lucane, la Wertmüller ha avuto una lunga e proficua carriera nel mondo del cinema.

Prima donna a essere candidata all’Oscar come miglior regista nel 1977 (con il film Pasqualino Settebellezze) e vincitrice del premio alla carriera nel 2020, la Wertmüller ha saputo cogliere e ritrarre quei segmenti meno evidenti della società italiana della seconda metà del ‘900.

Gli esordi

Tra le pellicole di maggior impatto, vale la pena ricordarne alcune che hanno contribuito alla formazione professionale e culturale della regista. Già a inizio anni ’60 lavora a fianco di Federico Fellini, in veste di aiuto regista per le riprese di La dolce vita e .

È infatti notevole l’influenza del regista riminese, soprattutto nei primi lavori della Wertmüller, tra cui la pellicola d’esordio, I Basilischi, amara rappresentazione della stasi culturale in cui versa l’entroterra meridionale, rappresentato dai tentativi di riscatto di tre giovani ragazzi lucani.

Altri esempi della vena artistica della Wertmüller – impegnata nella rappresentazione vivida della realtà italiana di quegli anni, tra lotte politiche e rinascite passionali – sono film quali Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) e Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici, del 1978.

Lina Wertmüller e il ritratto della scuola in Italia

Ma anche il contesto della scuola e dell’istruzione è legato alla produzione cinematografica di Lina Wertmüller. Uno dei suoi lavori più conosciuti, uscito nelle sale nel 1992, ha proprio la scuola al centro della narrazione.

In Io speriamo che me la cavo – tratto dall’omonimo libro di Marcello Dell’Orta – Paolo Villaggio interpreta un professore che viene traferito, per errore, in una scuola del sud Italia. Dall’istituto del nord-ovest per cui prestava servizio, il maestro Marco Tullio Sperelli si ritrova ora in Provincia di Napoli.

La pellicola è un ritratto intelligente delle disuguaglianze che affliggevano e affliggono tuttora una parte del Paese. Tra queste, senza dubbio, il rapporto con le istituzioni scolastiche. La loro presenza sul territorio e la capacità di attrarre e mantenere i ragazzi nelle scuole, ha ricadute notevoli sul rendimento e – in ultima analisi – sulla capacità dei territori di migliorarsi attraverso le proprie risorse.

Il maestro Sperelli si renderà presto conto delle profonde differenze culturali tra le diverse zone d’Italia. L’entroterra campano è afflitto da povertà, degrado, disoccupazione e malavita. Racconti di rassegnazione al disagio sociale e familiare, in un clima di diffuso abbandono da parte delle istituzioni.

Il rapporto burrascoso tra Sperelli e un suo alunno, Raffaele, ragazzino dal carattere difficile ma – in ultima analisi – desideroso di vivere la sua infanzia come gli altri, offre il pretesto per consegnare una missione nelle mani del maestro: riuscire a cambiare qualcosa o qualcuno, in meglio.

Ma non è tutto perso. Il maestro – tra varie vicissitudini – riesce nel suo intento di avvicinare Raffaele al mondo della scuola e delle istituzioni. Ma questo, al prezzo della perdita di una parte della propria identità.

Io speriamo che me la cavo!

L’invito, se no lo aveste già fatto, è quello di guardare questo piccolo capolavoro della Wertmüller, disponibile in streaming gratuito a questo indirizzo. In un periodo di profondo cambiamento – e in vista della stagione di riforme del PNRR per il mondo della scuola – l’iconica scena finale del film si ripresenta con drammatica attualità. Tutti noi, speriamo di cavarcela!