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L’importanza della scrittura a mano nella scuola di oggi

In un tempo storico in cui la scrittura digitale sta assumendo globalmente un ruolo sempre più dominante, non va tralasciato il ruolo preminente che la scrittura a mano conserva, ancora oggi, all’interno delle nostre scuole

Nei giorni scorsi il Corriere della Sera ha pubblicato uno stralcio dell’intervento del professor Roberto Travaglini, associato di Pedagogia generale e sociale all’Università di Urbino Carlo Bo, in cui analizza il fenomeno della scrittura digitale e le difficoltà già in età scolastica, dello scrivere a mano.

Secondo l’accademico, abbandonare la scrittura a mano potrebbe significare “non riconoscere quanto essa contribuisca ad attivare numerosi processi cognitivi come l’arricchimento del lessico, le capacità mnemoniche, la comprensione della lettura, lo sviluppo del pensiero critico.

Nel corso del suo intervento, Travaglini sottolinea come “la scrittura manuale sia una tecnica sviluppatasi nel corso della storia dell’umanità talmente evoluta che non dovrebbe stupire l’idea secondo cui il suo naturale esercizio si ponga a fondamento di un sano sviluppo psicofisico dell’essere scrivente in un dato spazio-tempo sociale e culturale: l’apprendimento della scritturaprosegue il professoreè un processo che in genere comincia in un’età psicologica caratterizzata da una notevole plasticità cerebrale e mentale, e da una rapida e costante evoluzione psicofisica. (…) Se nella scrittura manuale troviamo al contempo elementi narrativi ed elementi metacomunicativi, nella scrittura digitale rimane vivo solo l’aspetto narrativo, comunicativo, esterno e oggettivo, perdendosi del tutto quello interiore, cinestetico-corporeo e non-verbale”.

Secondo Travaglini, “scrivendo sempre meno con carta e penna, si osservano importanti segnali di crisi della scrittura manuale provenienti sia dal mondo della scuola sia dal mondo della società civile: a scuola si evidenziano uno stato emergenziale di casi particolarmente difficili di apprendimento e, di conseguenza, un incremento numerico di bambini etichettati come disgrafici, perché presentano un deficit che riguarda la componente motoria della scrittura (…). Sui banchi scuola si può osservare che le scritture prodotte a mano vacillano, sono insicure, spesso incomprensibili”.

La Storia insegna: Platone e il confitto oralità-scrittura

Va anche detto che, nella storia umana, non è la prima volta che viviamo una dualità di tale portata. Già Platone, nel V secolo a.C., si trovò al centro di una rivoluzione culturale segnata dalla vittoria della scrittura nel suo conflitto con la parola. Nella tradizione antica era l‘oralità il mezzo di comunicazione dominante rispetto alla scrittura. Socrate, maestro di Platone, aveva affidato esclusivamente alla relazione personale e dialettica il suo messaggio e in lui l’oralità raggiunge i suoi vertici conclusivi.

Allora Platone, non sottovalutando l’importanza del nascente mezzo di comunicazione, tentò una mediazione fra le due culture: si convinse che la scrittura potesse avere un ruolo di rilievo, ma in ogni caso non decisivo e non ultimativo. Il filosofo poteva mettere molte cose per iscritto, ma non quelle che per lui erano di maggior valore: “queste non le scrive nei rotoli di carta, ma nelle anime dei discepoli opportunamente scelti”.

Dispositivi performativi: verso una nuova forma di integrazione

Oggi per certi versi, stiamo attraversando una fase analoga. Il problema intorno ai nuovi media non è tanto se farne uso o meno: “Il dibattito – sostiene Roberto Travaglini – dovrebbe spostarsi sul modo in cui questi mezzi sono vissuti dal singolo e dalla società che, volenti o nolenti, non possono sottrarsi dall’utilizzarli nel momento in cui si fanno di uso comune”.  

Ancora una volta, dunque, la strada dell’integrazione è possibile. Esistono, per esempio, dei particolari dispositivi performativi che, servendosi in modo rinnovato delle strutture grafemiche, tentano di riabilitare certe fasi ludico-gestuali trattenute da tensioni profonde della struttura psicofisica di soggetti adulti; dispositivi come quelli messi a punto e sperimentati nelle fasi di attività del Gioco della scrittura libera e del Laboratorio di arte-scrittura (…)”.

Concludendo così quanto finora detto, il professor Travaglini vede la possibile svolta proprio all’interno di “spazi creativi che potrebbero porsi a integrazione dell’uso ripetuto e abitudinario non solo della scrittura a mano (sempre meno praticata), ma anche e soprattutto dell’imperante scrittura digitale, verso cui non dovrebbe essere mosso un attacco frontale ma verso cui si dovrebbe ipotizzare un atteggiamento di integrazione e assorbimento.

Articolo di Umberto Grano

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