La scuola dell’inclusione e il docente specializzato per il sostegno

L’articolo odierno della Prof.ssa Giovanna Vazzano si occupa di: LA SCUOLA DELL’INCLUSIONE E IL DOCENTE SPECIALIZZATO PER IL SOSTEGNO

Continua, così, l’approfondimento che negli ultimi tempi stiamo facendo su questo importantissimo aspetto del nostro sistema scolastico.

L’integrazione scolastica degli alunni con disabilità costituisce un punto di forza della Scuola italiana, che vuole essere una comunità accogliente, nella quale tutti gli alunni, a prescindere dalle loro diversità funzionali, possano realizzare esperienze di crescita individuale e sociale”.

L’articolo nella parte iniziale fa un interessante excursus su tutta la normativa legata all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Risultato di un percorso storico che ha conosciuto diverse fasi.

Dalla fase di esclusione da qualsiasi intervento educativo fino alla nuova prospettiva di inclusione nella scuola “per tutti”. La Dott.ssa Vazzano tratta il problema dell’accoglimento degli studenti con difficoltà con precisione analitica. Ritengo sia di estrema utilità soprattutto per chi si affaccia ai prossimi concorsi per docenti e dirigenti.

La concezione integrativa inoltre viene superata comprendendo non solo gli alunni con disabilità, formalmente certificati, ma tutti gli alunni con le loro diversità e difficoltà.

Alunni che vengono identificati con l’acronimo BES (Bisogni educativi speciali)

Ogni alunno può manifestare bisogni educativi speciali. Per motivi fisici, biologici o anche psicologici e sociali rispetto ai quali la scuola deve offrire adeguata e personalizzata risposta. L’articolo si occupa anche delle competenze del Dirigente Scolastico relative all’accoglienza di questi alunni comprese le pratiche burocratiche che devono essere gestite. Si occupa inoltre delle figure che stanno più a contatto con questi ragazzi. Dal collaboratore scolastico che ha competenze varie di accoglienza comprese le pratiche base legate all’igiene, all’insegnante di sostegno che sostiene tutta la classe nell’inclusione degli alunni svantaggiati.

L’insegnante di sostegno non è, dunque, l’insegnante dell’alunno con disabilità. É bensì una risorsa professionale assegnata alla classe per favorirne il processo di integrazione e rispondere alle maggiori necessità educative che la sua presenza comporta. 

 Una figura orientativa e propositiva che rappresenti un ponte di collegamento tra agenzie formative, Enti, famiglie, operatori scolastici e socio-sanitari e il territorio.

Presentazione a cura della Dott.ssa Paola Perlini
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Contributo a cura della Dott.ssa Giovanna Vazzano

La scuola dell’inclusione e il docente specializzato per il sostegno

L’integrazione scolastica degli alunni con disabilità costituisce un punto di forza della Scuola italiana, che vuole essere una comunità accogliente. Nella quale tutti gli alunni, a prescindere dalle loro diversità funzionali, possano realizzare esperienze di crescita individuale e sociale.

L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità è il risultato di un percorso storico che ha conosciuto diverse fasi.

Dall’originaria fase di esclusione da qualsiasi intervento educativo si è passati alla fase della separazione (ci si riferisce alle scuole speciali, istituite dal R.D. 786/1933, strutture separate e diverse da quelle riservate ai soggetti normodotati). Poi alla fase dell’integrazione nella scuola “di tutti” fino alla nuova prospettiva di inclusione nella scuola “per tutti”.

La tappa che ha segnato il vero inizio dell’integrazione dei portatori di handicap nelle scuole è legata alla legge 517/77.

Tale legge ha abolito le classi differenziali, riservate agli alunni con difficoltà di apprendimento o comportamentale. Ha introdotto la figura dell’insegnante di sostegno, ha promosso interventi educativi individualizzati nelle scuole elementari e medie.

A questa legge, considerata la più innovativa tra quelle precedentemente emanate, seguirono altre leggi, decreti e circolari ministeriali prima di approdare all’importante legge quadro n. 104/1992 che aprì un nuovo capitolo per l’effettiva integrazione delle persone con disabilità.

L’integrazione, infatti, avvenne per tutti e per ogni ciclo d’istruzione, ivi compresa l’Università.

Fu previsto che l’Asl, attraverso un’equipe medica, provvedesse a formulare una diagnosi funzionale. Ciò al fine di accertare sia il tipo e la gravità di deficit che ed evidenziare le potenzialità residue di ciascun alunno con disabilità.

Alla diagnosi fa seguito il profilo dinamico-funzionale con cui viene definita la situazione di partenza e le tappe di sviluppo, conseguite e da conseguire.

Tale documento è preliminare alla formulazione del Piano educativo individualizzato (PEI). Un vero e proprio progetto di vita in cui vengono definiti gli interventi necessari per una piena realizzazione del diritto all’integrazione scolastica.

Il docente, dunque, deve tenere presente che ha di fronte a sé tanti soggetti-persona a ognuno dei quali deve adattare l’insegnamento.

Oggi la concezione integrativa è stata superata a favore di una prospettiva inclusiva che coinvolga non solo gli alunni con disabilità, formalmente certificati, ma tutti gli alunni con le loro diversità e difficoltà.

La dicotomia tradizionale alunni con disabilità/senza disabilità non rispecchia più, e pienamente, la complessa realtà delle nostre classi dove sono in costante aumento alunni che, per molteplici ed eterogenee ragioni, richiedono una “speciale attenzione”.

Alunni che vengono identificati con l’acronimo BES (Bisogni educativi speciali)

Si tratta di una macroarea che comprende al suo interno:

  • gli alunni con disabilità certificata, ai sensi della legge 104/92
  • disturbi evolutivi (rientrano in tale area i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA): dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia.)
  • svantaggio socio-economico, linguistico o culturale.

Ogni alunno può manifestare bisogni educativi speciali. Per motivi fisici, biologici o anche psicologici e sociali rispetto ai quali la scuola deve offrire adeguata e personalizzata risposta.

La direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 contiene importanti indicazioni sugli strumenti d’intervento.

In particolare, viene evidenziata la necessità di elaborare un percorso individualizzato e personalizzato per alunni e studenti con bisogni educativi speciali. Ciò anche attraverso la redazione di un Piano Didattico Personalizzato, individuale o anche riferito a tutti i bambini della classe con BES. Che sia articolato, che serva come strumento di lavoro in itinere per gli insegnanti. Che abbia la funzione di documentare alle famiglie le strategie di intervento programmate.

Nelle nostre classi, sempre più spesso si intrecciano i temi della disabilità, dei disturbi evolutivi specifici. Con le problematiche del disagio sociale e dell’inclusione degli alunni stranieri.

Per questo è sempre più urgente adottare una didattica che sia ‘denominatore comune’ per tutti gli alunni e che non lasci indietro nessuno. Una didattica inclusiva più che una didattica speciale.

La scuola di tutti e di ciascuno tende a fornire a ogni alunno risposte formative adeguate agli specifici bisogni. Accogliendo le diversificate emergenze educative e proponendo profondi cambiamenti nel modo di “fare scuola”, fondamentali per la creazione di un contesto di apprendimento inclusivo, per tutti.

L’educazione inclusiva rappresenta uno dei principi fondamentali per la promozione di una società più giusta. Che sia in grado di assicurare i diritti di cittadinanza attiva a tutti i suoi membri, nel rispetto degli specifici bisogni di autonomia, partecipazione e appartenenza.

La scuola inclusiva, come contesto formativo in “movimento”, non vincolato a rigide norme omogeneizzanti. É orientata a promuovere l’educazione per tutti, a favorire il cambiamento strutturale dell’organizzazione scolastica per trasformarla in istituzione altamente democratica. Che renda possibile la partecipazione di tutti gli alunni, speciali e non, all’interno della comunità.

Questa rinnovata idea di Scuola, caratterizzata dalla cultura del rispetto e dalla corresponsabilità etico-civile nei confronti delle diversità, potenzia le opportunità e le risorse di ogni alunno. Lo fa mediante un’efficace risposta ai bisogni formativi di tutti e di ciascuno. Educa per un mondo più giusto, privo di processi di emarginazione.

Il MIUR ha messo in atto varie misure di accompagnamento per favorire l’integrazione. Finanziamenti di progetti e attività per l’integrazione, iniziative di formazione del personale docente, sia di sostegno che curriculare, nonché del personale amministrativo, tecnico e ausiliare.

Con la nota prot. n. 4274 del 4 agosto 2009, ha trasmesso le Linee Guida per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità. Ha così inteso fornire agli operatori scolastici una visione organica della materia che possa orientare i comportamenti nella direzione di una loro piena conformazione ai principi dell’integrazione.

L’integrazione/inclusione scolastica è un valore fondativo. Un assunto culturale che richiede, innanzitutto, una vigorosa leadership gestionale e relazionale da parte del Dirigente Scolastico, figura-chiave per la costruzione di tale sistema.

Il Dirigente scolastico è ritenuto il responsabile dell’organizzazione dell’integrazione degli alunni con disabilità e della vigilanza sull’attuazione di quanto deciso nel Piano Educativo Individualizzato.

L’organizzazione comprende l’assegnazione degli alunni con disabilità alle varie classi, la definizione degli orari, la pianificazione degli incontri di progettazione, la gestione di tutta la documentazione formale. In generale, il coordinamento delle varie attività che richiedono la collaborazione di più soggetti.

Il Dirigente Scolastico ha, inoltre, il compito di promuovere e incentivare attività diffuse di aggiornamento e di formazione del personale scolastico. Di valorizzare progetti che attivino strategie orientate a potenziare il processo di inclusione, di presiedere il GLH d’istituto (gruppo di lavoro per l’Handicap), di indirizzare in senso inclusivo l’operato dei singoli Consigli di classe/interclasse. Anche di coinvolgere attivamente le famiglie, di curare il raccordo con le diverse realtà territoriali, di attivare specifiche azioni di orientamento per assicurare continuità nella presa in carico del soggetto. Infine di intraprendere le iniziative necessarie per individuare e rimuovere eventuali barriere architettoniche.

Ogni insegnante, a sua volta, ha piena responsabilità didattica ed educativa verso tutti gli alunni delle sue classi, compresi quindi quelli con disabilità.

I docenti della classe in cui è presente un disabile sono chiamati a lavorare su tre direttrici. Sul clima della classe, cercando di valorizzare le diversità degli alunni disabili e valorizzarle come arricchimento per l’intera classe. Ciò al fine di favorire il senso di appartenenza e relazioni socio-affettive positive. Sulle strategie didattiche e sugli strumenti dell’insegnamento/apprendimento.

Ai collaboratori scolastici è affidata la cosiddetta “assistenza di base” degli alunni con disabilità.

Per assistenza di base si intende l’ausilio materiale agli alunni con disabilità all’interno della scuola, nell’accesso dalle aree esterne alle strutture scolastiche e nell’uscita da esse.

Sono comprese anche le attività di cura alla persona, uso dei servizi igienici e igiene personale dell’alunno con disabilità.

Ma non è solo questione di “accompagnarlo in bagno”.

In una scuola inclusiva l’assistenza di base è parte fondamentale del processo di integrazione scolastica e attività interconnessa con quella educativa e didattica. Se coinvolto in questo modo, il collaboratore scolastico partecipa al progetto educativo. Collabora con gli insegnanti e la famiglia per favorire l’integrazione scolastica (CM 3390/2001).

È indispensabile, inoltre, la collaborazione fra l’Istituzione scolastica e le famiglie degli alunni con disabilità. In una logica di supporto in relazione alle attività scolastiche e al processo di sviluppo dell’alunno con disabilità.

La famiglia rappresenta infatti un punto di riferimento essenziale per la corretta inclusione scolastica dell’alunno con disabilità. Sia in quanto fonte di informazioni preziose sia in quanto luogo in cui avviene la continuità fra educazione formale ed educazione informale.

La loro partecipazione al processo di integrazione avviene mediante una serie di adempimenti previsti dalla legge.

Ai sensi dell’art 12 comma 5 della L. n. 104/92, la famiglia ha diritto di partecipare alla formulazione del Profilo Dinamico Funzionale e del PEI, nonché alle loro verifiche.

Il PEI – Piano Educativo Individualizzato – descrive annualmente gli interventi educativi e didattici destinati all’alunno, definendo obiettivi, metodi e criteri di valutazione. È parte integrante della programmazione educativo-didattica di classe e contiene:

  • finalità e obiettivi didattici e, in particolare, gli obiettivi educativi, di socializzazione e gli obiettivi di apprendimento riferiti alle diverse aree, perseguibili nell’anno anche in relazione alla programmazione di classe;
  • gli itinerari di lavoro (le attività specifiche);
  • i metodi, i materiali, i sussidi e tecnologie con cui organizzare la proposta, compresa l’organizzazione delle risorse (orari e organizzazione delle attività);
  • i criteri e i metodi di valutazione;
  • le forme di integrazione tra scuola ed extra-scuola.

L’insegnante di sostegno

Come sopra evidenziato, l’insegnante di sostegno è stato introdotto, nella scuola dell’obbligo, dalla Legge n. 571/77.

La Legge del 5 febbraio 1992, n. 104, “Legge Quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” ha, poi, raccolto ed integrato i vari interventi legislativi che si sono succeduti nel tempo, divenendo il punto di riferimento normativo dell’integrazione scolastica e sociale delle persone con disabilità.

La legge in parola ribadisce ed amplia il principio dell’integrazione sociale e scolastica come momento fondamentale per la tutela della dignità umana della persona con disabilità, impegnando lo Stato a rimuovere le condizioni invalidanti che ne impediscono lo sviluppo, sia sul piano della partecipazione sociale sia su quello dei deficit sensoriali e psico-motori per i quali prevede interventi riabilitativi.

La presenza nella scuola dell’insegnante assegnato alle attività di sostegno si concreta attraverso la sua funzione di coordinamento della rete delle attività previste per l’effettivo raggiungimento dell’integrazione.

Ai sensi dell’art. 13, comma 6, della richiamata legge, il docente di sostegno assume “la contitolarità della sezione e della classe in cui opera, partecipa alla programmazione educativa e didattica ed alla elaborazione e verifica delle attività di competenza dei consigli di classe e di interclasse e dei collegi dei docenti”.

L’insegnante di sostegno non è, dunque, l’insegnante dell’alunno con disabilità ma una risorsa professionale assegnata alla classe per favorirne il processo di integrazione e rispondere alle maggiori necessità educative che la sua presenza comporta. 

È, infatti, l’intera comunità scolastica che deve essere coinvolta nel processo in questione e non solo una figura professionale specifica, cui demandare in modo esclusivo il compito dell’integrazione.

L’obiettivo è attuare interventi di integrazione attraverso strategie didattico-metodologiche specifiche, con altri insegnanti curricolari, poiché insieme hanno la responsabilità della realizzazione del processo di integrazione scolastica.

La logica deve essere sistemica, nel senso che, oltre a intervenire nelle ore in classe, collabora con l’insegnante curricolare e con il Consiglio di Classe affinché l’iter formativo dell’alunno possa continuare anche in sua assenza.

Nella costante opera di accompagnamento il docente di sostegno, deve costruire una rete sinergica di collaborazione, assumendo compiti di tutoraggio, accompagnamento, aiuto, coordinamento e progettazione, per assicurare pari opportunità di successo formativo, prevenire e ridurre situazioni di disagio ed emarginazione culturale.

Insieme all’intero corpo docente, deve saper coniugare le competenze tecniche con quelle relazionali, per accogliere il “diverso”, la sua storia, offrendosi come mediatore di nuovi significati esistenziali.

Dunque, una figura orientativa e propositiva, un reale ponte di collegamento tra agenzie formative, Enti, famiglie, operatori scolastici e socio-sanitari, territorio.

Le modalità di impiego di questa importante (ma non certamente unica) risorsa per l’integrazione, vengono condivise tra tutti i soggetti coinvolti (scuola, servizi, famiglia) e definite nel Piano Educativo Individualizzato.
L’insegnante di sostegno partecipa a tutti gli effetti alle riunioni, agli incontri con i genitori ed agli scrutini.
Segue personalmente i rapporti con la famiglia del minore disabile costruendo un rapporto di fiducia e, inoltre, si confronta con altri professionisti del territorio come personale ASL (es. neuropsichiatra), mediatori ed educatori.

Il confronto con queste diverse figure ha come scopo la valorizzazione delle qualità dell’alunno vista come prospettiva per garantirgli un futuro come persona adulta ed in autonomia.

L’allegato A, del DM del 2011, recante i “Criteri e modalità per lo svolgimento dei corsi di formazione per il conseguimento della specializzazione per le attività di sostegno”, contiene il profilo del docente specializzato per il sostegno, il quale deve possedere:

  • – competenze teoriche e pratiche nel campo della pedagogia speciale e della didattica speciale;
  • – conoscenze psico-pedagogiche sulle tipologie delle disabilità,
  • – conoscenze e competenze sulle modalità di interazione e di relazione educativa con gli alunni della classe promuovendo relazioni pro-sociali fra gli stessi e fra questi e la comunità scolastica;
  • – competenze educative delle dinamiche familiari e delle modalità di coinvolgimento e cooperazione con le famiglie;
  • – approfondite conoscenze di natura teorica e operativa per l’approccio interdisciplinare allo studio dell’interazione corpo-mente, della psicomotricità, del comportamento e dell’apprendimento dell’essere umano;
  • – approfondite conoscenze di natura teorica e operativa in relazione ai processi di comunicazione;
  • – familiarità e competenza con prassi e metodologie simulative, osservative e sperimentali nell’ambito dell’educazione e della didattica speciale;
  • – capacità di analizzare e comprendere i processi cognitivi a livello individuale e collettivo, in condizioni di disabilità e non;
  • – competenze per co-ideare, co-monitorare e co-condurre progetti innovativi finalizzati a promuovere il processo di integrazione all’interno del contesto classe;
  • – competenze didattiche speciali in ambito scientifico, umanistico e antropologico e negli approcci metacognitivi e cooperativi;
  • – competenze didattiche speciali per le disabilità sensoriali e intellettive;
  • – competenze psico-educativo per l’intervento nei disturbi relazionali e comportamentali:
  • – competenze pedagogico-didattiche nella gestione integrata del gruppo classe;
  • – competenze per monitorare e valutare gli interventi educativi e formativi;
  • – conoscenze in ambito giuridico-normativo sull’integrazione scolastica e sui diritti umani;
  • – competenze di comunicazione e collaborazione con i colleghi e gli operatori dei servizi sociali e sanitari;
  • – competenze pedagogico-didattiche per realizzare le forme più efficaci ed efficienti di individualizzazione e personalizzazione dei percorsi formativi;
  • – competenza pedagogica nello sviluppo del PEI per il Progetto di Vita;

Una pluralità di competenze, dunque, pedagogiche, psicologiche, didattico-metodologiche, sociologiche e mediche, unitamente alla padronanza di capacità strumentali, tecniche e organizzative.

Pur riscontrando delle forti eterogeneità tra i diversi ordini scolastici e tra le differenti Regioni, si è ormai consolidata la presenza dell’insegnante specializzato per il sostegno nelle classi di tutte l scuole italiane.

Tuttavia, nonostante questa diffusione e incremento è lecito domandarsi: l’insegnante specializzato è un effettivo punto di riferimento per l’intera scuola, volano del più ampio cambiamento organizzativo, politico e culturale che deve sfidare le nostre comunità per definirsi inclusive oppure viene ancora segregato ad espletare la sua professionalità nella relazione didattica e separata con l’alunno disabile?

Innanzitutto, pur non trattandosi di un tecnico della riabilitazione, né di un terapeuta da chiamare in causa per risolvere le difficoltà più gravi di alcuni alunni, egli si pone nei confronti del gruppo classe come un docente in grado di riconoscere le differenze nei funzionamenti individuali e di potenziare le autonomie di tutti, implementando una pluralità di strategie didattiche e garantendo così pari opportunità formative.

Consapevole di essere un professionista con altri professionisti, è chiamato ad attivare l’utilizzo di didattiche trasmissive, proponendo ai colleghi di ripensare il curriculo in un’ottica realmente formativa, sollecitandoli verso una dimensione dell’agire professionale che si muova sugli assi della progettualità, della consapevolezza, della responsabilità e della riflessività.

Tuttavia, il ruolo educativo dell’insegnante specializzato non si esaurisce nelle relazioni che instaura con gli alunni e con i colleghi ma, configurandosi quale figura di sistema strategica, è chiamato a svolgere un lavoro di rete e ad assumere un ruolo-ponte tra l’alunno disabile e i compagni di classe, tra la scuola e gli Enti locali e territoriali, tra la scuola e la famiglia.

Una pluralità di situazioni e di professionisti con cui l’insegnante specializzato per il sostegno deve essere in grado di relazionarsi in maniera competente ma che, talvolta, si traduce in vissuti di inadeguatezza, marginalità, di frustrazione e scarsa valorizzazione delle sue competenze, soprattutto da parte dei colleghi di classe curriculari.

Il più delle volte è relegato alla condizione di jolly factotum.

Tale insoddisfazione diffusa costituisce una delle ragioni principali alla base della costante propensione alla fuga del docente di sostegno verso posti e cattedre comuni e dimostra come l’incarico sul sostegno molto spesso rappresenta una scorciatoia per l’immissione in ruolo che non una scelta motivata.

Riflessioni conclusive

Il riconoscimento del diritto alla diversità fonda la prospettiva dell’inclusione, secondo la quale l’accoglienza non concerne la disponibilità della maggioranza a includere una minoranza ma, assumendo le differenze come dato sociale e culturale, riconosce nell’eterogeneità di tutti e ciascuno, la normalità.

La prospettiva dell’inclusione si basa, infatti, sulla convinzione che ogni individuo ha valore e appartiene alla comunità, pertanto, essa adotta un approccio valoriale-progettuale-organizzativo radicale, rivolto a priori a un gruppo eterogeneo, di cui la diversità di ciascuno diventa la condizione naturale della convivenza.

Adottare una prospettiva inclusiva non significa, dunque, annullare le differenze in funzione di un processo di omogeneizzazione e normalizzazione ma, a partire dal riconoscimento della diversità quale condizione ontologica strutturale della condizione umana, si mira a garantire pari opportunità di emancipazione e partecipazione a tutti i soggetti, superando ogni forma di discriminazione e di marginalizzazione.

Inoltre occorre ricordare che, se nel contesto sociale il concetto di inclusione si fonda sull’idea di ben-essere (ossia nel sentirsi rispettati e valorizzati per quello che si è), in ambito educativo significa realizzare un sistema scolastico in grado di garantire a tutti il diritto all’educazione e all’istruzione, a prescindere dalle differenze di ciascuno, sia che esse derivino da condizioni di disabilità e/o da situazioni di svantaggio socio-economico e culturale, fornendo gli strumenti utili per partecipare attivamente alla vita della comunità scolastica.

In tal senso, l’Italia è considerata un Paese all’avanguardia data la sua esperienza pluridecennale in politiche di integrazione scolastica degli alunni con disabilità.

Progressivamente si è fatta strada una nuova visione della Scuola in cui, non solo si mira a garantire a tutti il diritto all’accesso al comune percorso scolastico, ma si interviene anche sulla qualità e sulla flessibilità degli interventi programmatici, organizzativi e didattici per soddisfare i diversi bisogni educativi presenti nelle classi.

Tale evoluzione, riconducibile al concetto di integrazione, è stata supportata sul piano normativo e procedurale dall’introduzione di importanti leggi già nel corso della seconda metà degli anni settanta.

Negli anni Novanta abbiamo ricordato la Legge Quadro n.104/90, grazie alla quale, oltre ad ampliare gli interventi per l’assistenza e la tutela dei diritti delle persone Handicappate in diversi settori della società civile, in ambito educativo si introducono e si consolidano alcuni strumenti istituzionali nevralgici: la programmazione individualizzata, l’arricchimento dell’offerta formativa, l’apertura a modalità organizzative flessibili e funzionali, la programmazione collegiale tra docenti e con gli operatori sanitari, le figure degli insegnanti di sostegno e la riduzione del numero degli alunni per classe in presenza di compagni con disabilità.

Per superare definitivamente il binomio simbiotico sostegno/disabilità, da un lato occorre rivedere e intensificare i percorsi formativi di tutte le figure professionali coinvolte (dirigenti scolastici, insegnanti di sostegno e curriculari, educatori, collaboratori scolastici, professionisti dei servizi socio-sanitari) e, dall’altro, bisogna ripensare le funzioni e le competenze attribuite al docente specializzato.

In tal senso, la legge di bilancio 2021 e il Decreto Ministeriale n.188/21 hanno previsto lo svolgimento di una formazione specifica sulle tematiche inerenti all’inclusione scolastica.

Si tratta di una formazione rivolta a tutti i docenti che dovrebbe abbracciare il principio della contitolarità della presa in carico, garantendo l’effettiva inclusività degli alunni e studenti con disabilità.

È necessaria una formazione orientata a sviluppare habitus mentali e professionali che, nell’interazione dialogica con gli alunni, famiglie, colleghi e altri protagonisti del territorio, concorrono a declinare le conoscenze acquisite e le competenze maturate secondo un costante riferimento a principi e valori pedagogico-didattici ed etico-deontologici.

L’integrazione scolastica degli alunni con disabilità è un processo irreversibile, e proprio per questo non può adagiarsi su pratiche disimpegnate che svuotano il senso pedagogico, culturale e sociale dell’integrazione trasformandola da un processo di crescita per gli alunni con disabilità e per i loro compagni a una procedura solamente attenta alla correttezza formale degli adempimenti burocratici. Dietro alla “coraggiosa” scelta della scuola italiana di aprire le classi normali affinché diventassero effettivamente e per tutti “comuni”, c’è una concezione alta tanto dell’istruzione quanto della persona umana, che trova nell’educazione il momento prioritario del proprio sviluppo e della propria maturazione.

Crescere è tuttavia un avvenimento individuale che affonda le sue radici nei rapporti con gli altri e non si può parlare di sviluppo del potenziale umano o di centralità della persona considerandola avulsa da un sistema di relazioni la cui qualità e la cui ricchezza è il patrimonio fondamentale della crescita di ognuno.

La scuola è una comunità educante, che accoglie ogni alunno nello sforzo quotidiano di costruire condizioni relazionali e situazioni pedagogiche tali da consentirne il massimo sviluppo.

Una scuola non solo per sapere, dunque, ma anche per crescere, attraverso l’acquisizione di conoscenze, competenze, abilità, autonomia, nei margini delle capacità individuali, mediante interventi specifici da attuare sullo sfondo costante e imprescindibile dell’istruzione e della socializzazione.

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