DSGA, il caso. Nella tradizione popolare il primo anniversario di matrimonio è contraddistinto dalla carta, simbolo che ne esalta l’essenza “sperimentale”. 

In molti, infatti, lo considerano come un periodo di assestamento durante il quale si possono manifestare aspetti delicati e piccole complicazioni. 

Vi starete chiedendo il motivo di questa associazione con il matrimonio per affrontare una tematica di tipo professionale che riguarda i DSGA.

Presto data la risposta.

Se si analizza la relazione uomo – lavoro da un punto di vista meno pratico e più emozionale si potrebbe affermare che, nella scelta del proprio lavoro, l’essere umano decide di instaurare, più o meno consapevolmente, una delle relazioni più durature che contraddistingueranno la sua vita professionale.

Nell’ approccio quotidiano con il proprio lavoro, infatti, è necessario che alcune emozioni restino vivide e costanti. Che altre vengano continuamente alimentate per non incorrere in quello che si potrebbe definire appiattimento professionale. 

Passione, entusiasmo, attenzione e voglia di migliorare giorno per giorno ne sono solo una rappresentazione esemplificativa. 

Quando tutte queste emozioni ci sono, ma a mancare sono il riconoscimento della professionalità e la valorizzazione del merito da parte del “Datore di lavoro”, qualcosa si rompe comunque.

Ed è per questo che, all’alba del primo anniversario professionale di molti direttori neo assunti, è scattata già la fase “terapia di coppia” per i DSGA. 

Il 30 novembre, infatti, si è tenuta a Roma dinanzi al Ministero dell’Istruzione una manifestazione di protesta organizzata dalle sigle associative di ANQUAP, AIDA e del Movimento DSGA, allo scopo di ottenere il giusto riconoscimento giuridico e professionale di una categoria, troppe volte relegata e bistrattata, costretta a fare i conti “con le ataviche criticità relative al funzionamento dei servizi amministrativi delle scuole senza vantare alcun tipo di valorizzazione della propria professionalità”. Accanto ai Direttori neo assunti anche quelli di esperienza. Tutti uniti nella stessa Piazza, per rivendicare il diritto di essere riconosciuti e valorizzati nei fatti, e non solo nelle parole.


Ma per comprendere i reali motivi della protesta è necessario partire da un’analisi meno contrattualistica del profilo in questione.

Infatti, quello che non viene definito nel Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro Comparto Scuola, è che essere Direttori Amministrativi significa avere la capacità di sapersi destreggiare in qualunque tipo di situazione. 

È essere dei “tuttologi”. In possesso di competenze trasversali ad ampio raggio di operatività. Competenze che, idealmente, possono partire dal saper comprendere l’efficacia e l’efficienza di un procedimento amministrativo, passando dalla valutazione dell’opportunità di avviare una procedura negoziale con delle modalità piuttosto che con delle altre fino ad arrivare alla conoscenza dei costi di mercato dei materiali di facile consumo per non incombere nella cattiva gestione del denaro pubblico.

 Essere Direttori significa possedere grandi doti di leadership. Perché se da un lato può sembrare facile buttar giù, nero su bianco, direttive organizzative, più complesso è fare in modo che le stesse direttive siano condivise. Nonché attuate in maniera corretta dalle parti coinvolte.

Essere Direttori è come essere quello che, davanti ad una macchina complessa, è l’unico ad aver letto le istruzioni. Mentre tutti sono spinti dal premere tasti di accensione a caso, ha consapevolezza del fatto che, se l’installazione non è avvenuta correttamente, nulla funzionerà come dovrebbe.

Troppe volte essere Direttori è adempiere ad attività che, da contratto, non rientrano nelle proprie competenze. Ma non importa, perché un vero Direttore è come un capitano di una nave. 

L’abbandona per ultimo e, in caso di necessità, sarà pronto a compiere tutte le azioni possibili per riportarla in porto.

Essere Direttori è essere Funzionari dello Stato di Area D1 e Direttori Amministrativi a tutti gli effetti. Eppure gli altri, incluso il Ministero per il quale lavori, pur di non riconoscerlo, continuano a chiamarti Segretari, Dsga, Direttori dei Servizi. In mille altri modi poco affini al ruolo ricoperto.

Si potrebbe continuare a lungo ma ogni esempio porterebbe allo stesso paradosso.

Essere Direttore è essere consapevole della grande responsabilità che contraddistingue il proprio profilo. Inoltre, al contempo, è lavorare nell’amara mortificazione di non essere riconosciuti per il proprio apporto professionale. 

Sempre un passo indietro anche quando si è grado di correre una maratona. Sempre una parola in meno anche quando si hanno le competenze per scrivere il finale. 

Limitati nella propria autonomia operativa. Collocati nella categoria professionale del Personale Amministrativo, Tecnico e Ausiliario senza però condividerne i benefici. Funzionari Amministrativi dello Stato senza possibilità di carriera. Capi del personale ATA senza possibilità di avviare procedimenti disciplinari. Retribuiti in maniera inadeguata rispetto alla reale mole di lavoro e alle responsabilità connesse alla funzione. Ricompensati con un’indennità di Direzione annuale omnicomprensiva di parte variabile. Inserita all’interno delle somme assegnate per la Contrattazione Integrativa d’Istituto e calcolata secondo degli standard ormai divenuti inadeguati. 

Insomma questo, è molto altro ancora, a sostegno dei troppi oneri e dei pochi onori che caratterizzano il profilo.

Ecco perché, al termine della manifestazione dinanzi al Ministero, l’umore condiviso dai partecipanti è quello di chi sa che il cammino intrapreso, seppur ancora all’inizio, non consente più nessuna retromarcia. 

Si può andare solo avanti sia perché è lì che i Direttori puntano il loro sguardo e sia perché, se i motivi della protesta verranno compresi ed accolti, ci saranno benefici per tutto il Comparto Scuola. Questa potrà finalmente avvalersi di una figura apicale. In possesso di grandi competenze e capacità nella gestione e nell’organizzazione dei servizi generali amministrativi e contabili. Che abbia il giusto riconoscimento professionale di fatto e di diritto.

Per concludere, rifacendoci ad un’espressione di ampio utilizzo nel linguaggio comune, è giunto il momento di “Dare a Cesare quel che è di Cesare” ma, prima ancora, è tempo che gli Uffici Competenti prendano atto che “Cesare Esiste” e che, senza mortificazioni, hanno il dovere morale di dirgli “Grazie”. 

I tempi sono maturi per riconoscere ad ognuno i meriti, le ragioni e i diritti che effettivamente ha e, l’esortazione diretta al Ministero dell’Istruzione, è quella di agire con correttezza ed equità nel più breve tempo possibile.

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