La Corte di Cassazione con sentenza n. 32370 del 8/11/2021 ha rigettato il ricorso promosso da alcuni DS per ottenere il riconoscimento del servizio maturato come docenti.

I giudici ermellini hanno fatto riferimento ad uno dei principi fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica. Essa riserva alla contrattazione collettiva un ruolo centrale nel sistema dell’impiego pubblico contrattualizzato

Si chiude la contesa tra Dirigenti Scolastici e MIUR circa il riconoscimento dell’anzianità di servizio maturata dai DS (vincitori del concorso ordinario) nel precedente ruolo di docenti.

Un riconoscimento atto ad eliminare, secondo la tesi sostenuta dai ricorrenti DS, la sperequazione. Introdotta dal contratto collettivo, rispetto ai dirigenti che in precedenza rivestivano la qualifica di preside o di direttore didattico. Solo a questi ultimi, infatti, il C.C.N.L. riconosceva o la retribuzione individuale di anzianità. Questo solo se stabilmente inseriti nel ruolo soppresso. O l’assegno ad personam, nel caso dei docenti che nell’anno antecedente all’attribuzione della qualifica dirigenziale erano stati incaricati provvisoriamente della funzione.

Rigettato il ricorso dei Dirigenti Scolastici

La Corte di Cassazione (Sez. Lavoro) con sentenza n. 32370 del 8/11/2021 ha rigettato il ricorso dei Dirigenti Scolastici inizialmente accolto dalla Corte d’Appello di Roma adita dal MIUR che aveva riformato la sentenza del Tribunale della stessa sede accogliendo il ricorso dei DS conoscendo loro  il diritto alla integrazione retributiva necessaria per eliminare la sperequazione della quale si è fatto cenno. I ricorrenti hanno denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt.  23 , 24 e 45 del d.lgs. n. 165/2001, dell’art. 42 del d.gs. n. 150/2009, dell’art. 37 del CCNL 1.3.2002, nonché la violazione degli artt. 3, 36 e 97 Costituzione e degli artt. 37 e 39 del CCNL 14.3.2002.

Nel procedere con il ricorso i DS avevano, altresì, denunciato la violazione. Oltre che delle norme richiamate nelle precedenti censure, anche dei principi di adeguatezza della retribuzione. Nonché di non discriminazione fissati da fonti sovranazionali (Convenzione OIL n. 117/1962, ratificata con legge 13 luglio 1966 n. 657, Dichiarazione dei diritti dell’Uomo, Trattato di Roma). Hanno rilevato, infine, che l’art. 24 del d.lgs. n. 165/2001, interpretato nei termini indicati dalla Corte territoriale, sarebbe in contrasto con gli artt. 3, 36 e 97 della Carta Costituzionale.

Il Tribunale, richiamato il principio della parità di trattamento, aveva ritenuto che in ragione della identità della funzione esercitata, anche ai vincitori di concorso dovesse essere riconosciuta la RIA, da calcolare, per analogia, applicando i medesimi criteri in precedenza previsti per i presidi ed i direttori didattici all’anzianità ricoperta nel ruolo dei docenti.

Per potere entrare, poi, nelle motivazioni che hanno indotto i giudici ermellini a rigettare il ricorso dei DS bisogna ricordare che l’attribuzione ai capi di istituto ed ai direttori didattici della qualifica dirigenziale risale alla legge n. 59 del 1997 che, all’art. 21, comma 16, l’aveva correlata «all’acquisto della personalità giuridica e dell’autonomia da parte delle singole istituzioni scolastiche», rinviando ad un successivo decreto legislativo, integrativo della disciplina dettata dal d.lgs. n. 29 del 1993, l’individuazione dei contenuti e delle specificità del ruolo dirigenziale e stabilendo, proprio in ragione di detta specificità, che il rapporto di lavoro sarebbe stato disciplinato dalla contrattazione collettiva del comparto scuola, articolata in autonome aree (art. 21, comma 17).

Bisognerà attendere, poi, il D.Lgs. n. 59 del 1998 con il quale articolo unico sono stati inseriti nel D.Lgs. n. 29 del 1993 gli artt. 25 bis e 28 bis, poi trasfusi negli artt. 25 e 29 del d.lgs. n. 165/2001, con i quali è stata dettata la disciplina della funzione dirigenziale nonché delle modalità ordinarie di reclutamento dei dirigenti scolastici.

Ma la data davvero storica per i DS, ma anche per tutto il comparto scuola è il 10 settembre 2000, data in cui si inserisce la Contrattazione Collettiva che ne disciplina disciplinato gli aspetti economici e normativi dell’autonoma area della dirigenza scolastica, istituita, con la medesima decorrenza, dal CCNQ 9.8.2000, e da quest’ultimo «collocata nell’ambito del comparto scuola, in relazione alla previsione dell’art. 21, comma 17 della legge 59/1997» (art. 3 del CCNQ).

L’art. 24 del D.Lgs. n. 165/2001, in linea con il sistema delle fonti, riserva alla contrattazione collettiva un ruolo centrale nel sistema dell’impiego pubblico contrattualizzato affidando ad essa la determinazione e a definizione della retribuzione del personale dirigenziale.

Si determina, così, uno dei principi fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica su cui fa leva la stessa Corte riconoscendo ai dipendenti la parità di trattamento contrattuale solo nell’ambito del sistema previsto dalla contrattazione collettiva e vieta trattamenti migliorativi o peggiorativi a titolo individuale, ma non costituisce parametro per giudicare le differenziazioni operate in altre sedi.

Il CCNL 1.3.2002 ha, quindi, previsto, all’art. 39, che a decorrere dal 1.1.2001 è soppressa la progressione economica per posizioni stipendiali ed al personale compete uno stipendio unico.

Sulla base di detti principi la Corte di Cassazione ha già ritenuto priva di fondamento la pretesa dei Dirigenti Scolastici volta ad ottenere l’equiparazione, quanto alla retribuzione di posizione, alla dirigenza di seconda fascia dell’area I.

Inoltre, è risaputo che la retribuzione individuale di anzianità si ricollega, non alle caratteristiche oggettive delle mansioni espletate o della posizione ricoperta (docenza), bensì alla maggiore esperienza maturata nell’esercizio della funzione di dirigenza.

Attribuzioni dell’emolumento

Pertanto, è indubbio che, ai fini dell’attribuzione dell’emolumento, non possa essere equiparata l’anzianità maturata dal docente (come è stato per gli ex direttori didattici e gli ex presidi) a quella acquisita nell’espletamento della funzione dirigenziale, in considerazione dell’assoluta diversità dei due ruoli. L’esclusione in genesi di una reale disparità di trattamento, è stato sufficiente per la Corte a ritenere infondato il ricorso anche nella parte in cui invoca il principio di parità, di uguaglianza e di non discriminazione sancito dalle fonti sovranazionali. Infatti, quest’ultimo principio presuppone che le situazioni siano comparabili, seppure non perfettamente coincidenti (caso degli ex direttori scolastici e ex presidi) e detta comparabilità non sussiste tra il ruolo dei docenti e quello dei Dirigenti Scolastici.

Agata Scarafilo