Cooperazioni tra scuola e servizi: la nuova frontiera della comunità scolastica

Cooperazioni tra scuola e servizi: la nuova frontiera della comunità scolastica

La Dott.ssa Rosa Cilio oggi, con il suo contributo, ci aiuta a conoscere un’altra frontiera nel servizio alla comunità educante e cioè: “Cooperazioni tra scuola e servizi: la nuova frontiera della comunità scolastica”.

Questa nuova strategia, diffusasi recentemente, abbraccia tre approcci che sono:

  • scuole full-service;
  • children’s zones;
  • wraparound.

Queste tre modalità si diversificano tra di esse, rispetto al contesto nel quale sorgono, ma tutte sono accomunate dalla presenza di una figura che si occupa di guidare il personale, dall’idea di fondo che è quella di condividere le informazioni tra servizi, da linee guida specifiche per la valutazione, dai programmi di formazione comune per le risorse coinvolte.

In ogni caso si tratta di contesti in grado di soddisfare i bisogni di alunni, personale e famiglie tutti accomunati dall’esigenza di una prestazione, non solo didattica ma di vita scolastica, di qualità.

Il funzionamento di queste scuole varia da paese a paese, in Gran Bretagna il Ministero dell’Istruzione ha avviato il progetto dal 2003 con la volontà di dare ad ogni scuola servizi sanitari, educazione per gli adulti, attività volte a coinvolgere tutta la comunità, attività di sostegno agli studi e di assistenza per l’infanzia, per circa dieci ore al giorno.

La struttura di queste scuole può variare in base al modello di gestione scelto, infatti esistono quattro modelli differenti, nel primo sia la scuola che i servizi rientrano sotto la responsabilità e la guida del dirigente scolastico;

nel secondo, più componenti con lo stesso ruolo condividono la guida e si assumono le responsabilità in egual misura;

inoltre, nel terzo modello di gestione la scuola opera in autonomia, mentre gli altri servizi sono gestiti da un solo ente o da una singola struttura;

infine, nel quarto la scuola e ogni specifico servizio, ha una gestione indipendente.

Fondamentalmente tutti i modelli di gestione hanno come denominatore comune la forte empatia con la quale i servizi agiscono sulle persone.

La Dott.ssa Cilio nel suo articolo ci offre un approfondimento di queste modalità sperimentate e utilizzate nei vari paesi del mondo con un utile raffronto anche sugli studi scientifici effettuati in materia.

Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
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Contributo della Dott.ssa Rosa Cilio.

Cooperazioni tra scuola e servizi: la nuova frontiera della comunità scolastica

Un approccio congiunto nell’erogazione dei servizi alla persona richiede un passaggio da un sistema frammentato ad uno integralmente coordinato e con una visione globale di tutti i servizi.

Questa nuova strategia, diffusasi recentemente, abbraccia tre approcci che sono:

  • scuole full-service;
  • children’s zones;
  • wraparound.

Una scuola full-service risponde a tutti i bisogni di alunni, studenti, e delle loro famiglie.

La sede è esattamente quella di una comune scuola  o di una struttura con caratteristiche simili e sicuramente del tutto accessibile.

Si diversificano tra di esse rispetto al contesto nel quale sorgono ma tutte sono accomunate dalla presenza di una figura che si occupa di guidare il personale, dall’idea di fondo che è quella di condividere le informazioni tra servizi, da linee guida specifiche per la valutazione, dai programmi di formazione comune per le risorse coinvolte.

Il funzionamento di queste scuole varia da paese a paese, in Gran Bretagna il Ministero dell’Istruzione ha avviato il progetto dal 2003 con la volontà di dare ad ogni scuola servizi sanitari, educazione per gli adulti, attività volte a coinvolgere tutta la comunità, attività di sostegno agli studi e di assistenza per l’infanzia, per circa dieci ore al giorno.

Nei primi anni sono dislocate nelle aree con maggiore svantaggio, successivamente se ne sono sviluppate 148 su tutto il territorio.

La struttura di queste scuole può variare in base al modello di gestione scelto, infatti esistono quattro modelli differenti, nel primo sia la scuola che i servizi rientrano sotto la responsabilità e la guida del dirigente scolastico;

nel secondo, più componenti con lo stesso ruolo condividono la guida e si assumono le responsabilità in egual misura;

inoltre, nel terzo modello di gestione la scuola opera in autonomia, mentre gli altri servizi sono gestiti da un solo ente o da una singola struttura;

infine, nel quarto la scuola e ogni specifico servizio, ha una gestione indipendente.

Emerge dalla varietà di questi modelli di gestione, che è fondamentale che tutti i professionisti coinvolti sappiano gestirsi in relazioni interpersonali la cui complessità cresce rispetto alla crescente varietà di risorse che coesistono all’interno delle scuole full-service.

In un lavoro di Adelman H.S e Taylor L. (Addressing barriers to learning: Beyond school-linked services and full-service schools, “American journal of orthopsychiatry”) c’è una linea guida per istituire delle scuole full-service senza tralasciare nessun aspetto fondamentale.

Dopo aver considerato i diversi modelli di gestione, i due autori pongono l’attenzione su una serie di aspetti:

  • costruire dal centro alla periferia: è indispensabile valutare il territorio e i relativi bisogni giacchè la scuola deve rispondere perfettamente ad essi.
  • Evitare l’effetto di “colonizzazione” da parte della scuola: l’istituzione scolastica non deve essere l’attore principale anche se rappresenta  il fulcro dell’intera struttura full-service. Tutti i soggetti coinvolti devono essere valorizzati allo stesso modo affinché emerga un insieme armonico.
  • Lo sviluppo di un modello appropriato di finanziamento: è importante stabilire anzitempo le risorse da chi devono essere erogate, se ogni servizio deve avere un suo budget e dei fondi singoli o condivisi con le altre realtà presenti nella struttura.
  • Evitare un modello medico predominante: nella gestione degli studenti in situazione di comprovata disabilità, c’è il rischio che l’attenzione sia troppo concentrata sui singoli individui invece che sui contesti prossimali o distali, lasciando che subentri spontaneamente un modello medico, nel quale studenti e famiglie sono visti come patologici. È opportuno intervenire a monte per eludere questo rischio.
  • Valutare i risultati: da questo nuovo modello di scuola, ci si aspetta che dia maggiori risultati positivi rispetto a ciò che va a sostituire, per cui il o i dirigenti, hanno la responsabilità non solo degli obiettivi a breve e lungo termine attesi, ma anche delle risorse finanziarie da impiegare per raggiungerli.

Le evidenze scientifiche a favore delle school service, sono molteplici.

Da due studi britannici emerge che questo approccio ha avuto un significativo impatto sul rendimento di tutti gli alunni, oltre che sulla partecipazione alle attività non prettamente didattiche, sulla stabilità familiare;

inoltre si è riscontrato un minore abuso di droghe, migliori prospettive occupazionali, discreti tassi di frequenza, minore frequenza di gravidanze in età adolescenziale.

Mentre la strategia delle scuole full-service si focalizza principalmente sulla scuola e su come essa si raccorda con gli altri servizi, la Children’s zone, amplia il focus di attenzione al bambino, alla sua famiglia e alla sua comunità.

Questa scuola si basa su tre premesse fondamentali:

  • l’idea di fondo che un risultato non sufficiente, non dipenda essenzialmente dallo svantaggio socio-economico;
  • il principio secondo il quale per quanto gli interventi individuali specifici per i bisogni educativi speciali siano fondamentali, il ricorrere esclusivamente ad essi presenta un limite, quello di non prendere in considerazione ecologie complesse nelle quali più fattori possano interagire dando risultati differenti per bambini diversi;
  • il bisogno di comprendere a fondo il territorio e le sue dinamiche specifiche, in quanto esso fornisce barriere e opportunità.

Questo tipo di approccio punta a migliorare i risultati scolastici e le opportunità di vita iniziando con i bambini dalla primissima infanzia all’età adulta, abbracciando ogni aspetto del loro vivere attraverso una varietà di servizi che mirano anche a preparare le famiglie ad una genitorialità consapevole e ad una preparazione all’ingresso nel mondo della scuola primaria.

In questo tipo di scuole sono coinvolte molte figure, in modo coordinato per sostenere un’azione congiunta nel tempo.

Non ci sono particolari evidenze scientifiche rispetto alle children’s zone, ma uno studio di Dobbie W. e Fryer R.G. (Are high-quality school enough to close the achievement gap?

Evidence from the Harlem Children’s Zone) ha rilevato che tutti i bambini della classe terza primaria alla Promise Academy della Harlem Children’s Zone ottenevano punteggi superiori ai loro pari di altre scuole in matematica e in inglese;

inoltre è dimostrato il ribaltamento totale del gap di rendimento tra gli studenti bianchi e quelli di colore in matematica, e di come esso si sia ridotto in inglese.

È possibile affermare che le Children’s Zone possono incidere positivamente nelle aree svantaggiate.

L’approccio wraparound è un vero e proprio intervento che vede “avvolti” (dall’inglese to wrap) i servizi esistenti attorno ai bambini, ai ragazzi e alle loro famiglie alfine di creare una sinergia tra tutti i servizi esistenti che operano a compartimenti stagni.

Si è diffuso alla fine degli anni 80’ del secolo scorso negli Stati Uniti e nel 2011 si stimava una notevole diffusione di tale approccio in tutti gli Stati, inoltre il fenomeno risultava essere in costante crescita.

Nasce come mezzo per gestire i giovani con disturbi emozionali e comportamentali.

Eric Bruns, Janet Walker e colleghi della National Wraparound Initiative (USA) lo hanno così descritto:

“un processo intensivo e individualizzato di pianificazione, assistenza e gestione per bambini  e adolescenti con bisogni complessi di salute mentale o di altro genere. L’intervento wraparound viene spesso utilizzato per i giovani seguiti da più servizi per l’età evolutiva: coordinare il lavoro di questi servizi agevola molto le famiglie. L’intervento wraparound, inoltre, è spesso rivolto a giovani che, a prescindere dai servizi da cui sono seguiti, sono a rischi di allontanamento dalla famiglia o dalla comunità, o che vi stanno facendo ritorno dopo esserne stati allontanati”.

L’intervento wraparound è un vero e proprio processo e si pone di raggiungere una serie di obiettivi attraverso specifici dispositivi, quali:

  • avere una équipe coesa che mira a dare valutazioni congiunte;
  • definire obiettivi condivisi;
  • sviluppare un progetto che soddisfi i bambini e le loro famiglie, intervenendo su tutte le aree della loro vita;
  • integrare i giovani nella loro comunità e supportare in questo le famiglie;
  • utilizzare interventi basati sulle evidenze scientifiche e pratiche attente alla dimensione culturale;
  • monitorare i progressi con indicatori misurabili e adeguare il progetto ai risultati;
  • accedere a finanziamenti flessibili.

Affinché tutto funzioni, è comunque necessario che ci sia una chiara definizione dei ruoli, una selezione delle figure professionali rigida e attenta, un processo decisionale basato sui dati, e finanziamenti adeguati.

La Nuova Zelanda istituisce l’Intensive Wraparound Service (IWS) per soggetti con problematiche comportamentali e bisogni educativi speciali.

Attraverso 28 studi di caso e interviste agli utenti, si è potuta riscontrare l’efficacia dell’intervento su tre quarti dei soggetti coinvolti, non solo nel rendimento scolastico ma anche nell’autonomia personale.

(Burgon E.J. Berg M. e Herdina N. “Patterns of student progress in the intensive Wraparound Service” 2015)

Un altro studio interessante del 2009 ha coinvolto soggetti con gravi disturbi emozionali confrontando gli effetti degli interventi wraparound (93 soggetti) e quelli del case management tradizionale (30 soggetti);

i primi hanno mostrato miglioramenti significativi rispetto al funzionamento, potendo accedere a contesti residenziali meno restrittivi. (Mears S.L., Jaffe J., e Harris N.J., “Evaluation of wraparound services for severely emotionally”. 2009).

Questa tendenza che si riscontra negli ultimi anni, nasce anche dalla crescente disorganizzazione e mancanza di una comunicazione efficace tra enti e scuole ed enti con altri enti o strutture.

Un esempio banale sono i dispositivi richiesti dalle scuole per gli alunni con bisogni educativi speciali, la cui richiesta passa per le aziende sanitarie locali per poi incontrare la struttura che deve erogare il servizio.

Queste procedure sono lente e soffrono del peso di una sempre più pressante burocrazia.

Al di là dei motivi puramente tecnici, un approccio congiunto si dimostra comunque globalmente valido, dall’infanzia sino all’età adulta, e sarebbe auspicabile un’ampia diffusione anche in Italia, in particolar modo nelle periferie delle grandi metropoli dove il crescente disagio giovanile è, purtroppo, sempre presente.

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