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Alfabetizzazione informatica nella scuola: a che punto siamo in Italia? Intervista al Prof. Francesco Zoino

Oggi si parla di una vera e propria ‘digital literacy’, ovvero dell’alfabetizzazione digitale / informatica. In questa vige la conditio sine qua non di saper utilizzare gli strumenti che ci vengono messi a disposizione nel modo più corretto possibile.

Intervista a cura di Sara Barone

In un mondo sempre più digitale, in cui la condivisione tramite gli schermi è diventata parte della nostra esistenza, internet, smartphone, dispositivi di ogni tipo sono oggi materiale indispensabile non solo per esigenze burocratiche, bensì anche per la vita quotidiana di tutti noi, dal più giovane al più anziano.

Eppure, ci domandiamo, ciò è sempre attuabile? Quanto è complicato per uno studente, un insegnante o un semplice cittadino accedere ai servizi telematici e saper essere correttamente istruito sul mondo digitale?

Noi di Scuola Consulting ne abbiamo parlato con il Prof. Francesco Zoino, ingegnere e docente presso la scuola secondaria di secondo grado ITIS “Alessandro Volta” di Napoli. Affrontando, così la tematica dal punto di vista delle Istituzioni scolastiche e i suoi membri.

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Partendo dal principio, cosa intendiamo per alfabetizzazione informatica e che importanza ha all’interno di una Istituzione Scolastica, tra studenti, collaboratori e insegnanti?

Come diceva Lei, per alfabetizzazione informatica si intendono quelle attività volte a fornire gli strumenti base per l’utilizzo delle nuove tecnologie nel lavoro, nell’apprendimento e più in generale nella vita di tutti i giorni. L’importanza di una formazione di questo tipo, che sia il più possibile capillare, nel senso che raggiunga tutti gli attori di una Istituzione scolastica, è perciò evidentissima. In pratica non se ne può più prescindere.

Non crede che questo possa favorire però l’esclusione sociale di alcune categorie di persone? Parlo ad esempio di docenti anziani o studenti che non hanno possibilità pari agli altri.

Sicuramente ci sono persone più “pronte” e “vivaci” di altre. Non ne farei però una questione di età anagrafica, quanto piuttosto di età “spirituale” se mi passa il termine. Conosco molti docenti over sessantenni vivacissimi e curiosissimi, che non hanno avuto alcuna difficoltà ad utilizzare gli strumenti tecnologici. Così come docenti anagraficamente giovani, ma desolatamente indolenti.

Diverso è il discorso economico. Ci sono categorie indubbiamente più svantaggiate di altre, ma questo non vale solo per le tecnologie. Pensi che molti degli studenti che frequentano il nostro istituto non hanno certo case zeppe di libri, ad esempio, per cui sono svantaggiati rispetto a chi può disporre di una ricca biblioteca. In alcuni casi c’è difficoltà ad avere un posto tranquillo dove starsene a studiare. Insomma, lo svantaggio in alcuni casi c’è. Ma l’approccio non è quello di limitare l’uso delle tecnologie perché c’è chi fa più fatica a disporne, quanto piuttosto il contrario. Fare in modo che tutti possano disporne. Da questo punto di vista abbiamo avuto, specie durante la pandemia, un ragguardevole numero di finanziamenti pubblici che ci hanno consentito di offrire un supporto concreto a chi si trovava più in difficoltà.

Nella Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del dicembre 2006, la competenza digitale viene descritta come “la capacità di utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI), per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione.”
Come è possibile secondo lei sviluppare queste competenze, partendo proprio dal sistema scolastico, che dovrebbe essere il primo approccio alla società?

Lo stiamo già facendo da qualche anno, in realtà. Nel nostro Istituto diamo un’importanza fondamentale alle competenze tecnologiche (anche per vocazione intrinseca, in quanto siamo un Istituto Tecnico), ma soprattutto diamo importanza alla certificazione di queste competenze. Siamo Centro accreditato per l’ICDL, che costituisce il livello base di digital literacy, ma siamo anche accreditati Cisco, riuscendo in questo modo a certificare le competenze tecniche nell’ambito del networking, ad esempio, della programmazione, o dell’IoT di un certo numero di allievi ogni anno. Credo che questa possa essere una via efficace per andare incontro a quanto raccomandato dal Parlamento Europeo: aiutare gli studenti a utilizzare le tecnologie, a sviluppare le relative competenze, e far certificare i risultati da enti esterni, in modo da non cadere nell’autoreferenzialità, che a mio avviso toglie valore alle attività formative. A questo proposito abbiamo un progetto nel quale vorremmo aggregare una serie di Istituti e mettere a disposizione di questo network la nostra esperienza in questo settore, che ormai è decennale.

Eppure in Italia sembriamo ancora un po’ isolati rispetto ad altri paesi europei ed esteri. Questione di tempo o di metodi sbagliati?

Abbiamo sicuramente un problema di digital divide. Ad esempio la banda disponibile da noi è mediamente più bassa che nel resto dell’Europa occidentale. Ma è anche questione di cultura. L’utilizzo delle tecnologie nella vita di tutti i giorni, almeno nelle nazioni che ho visitato da poco, è di gran lunga superiore e rende la vita di gran lunga più semplice. Il problema credo sia originato da scarsissima lungimiranza di chi decide dove dirigere un paese.

Si è a lungo parlato anche di privacy, di gestione dei dati personali. Ogni giorno tramite i sistemi telematici forniamo innumerevoli dati privati ad enti esterni. Crede che il problema sia reale? Come possiamo essere tranquilli di mettere in rete le nostre informazioni più riservate?

Il problema è assolutamente reale e nella maggior parte dei casi i nostri dati sono messi a disposizione di chiunque, anche per scarsa attenzione alla nostra privacy e scarsa alfabetizzazione. Leggevo ultimamente che addirittura acquistando un robot di quelli che puliscono i pavimenti, alcune società saranno in grado di conoscere la pianta del nostro appartamento. Purtroppo l’utilizzo delle tecnologie e la condivisione delle informazioni ha questo lato della medaglia che potrebbe essere problematico, anche perché la legislazione non riesce a seguire tempestivamente l’evoluzione tecnologica e spesso ci sono vuoti normativi rilevanti. Anche in questo occorre molta informazione e formazione.

In conclusione, Professore, tornando sempre al nostro sistema scolastico, secondo lei quali sono i rischi e benefici per i giovani di oggi?
A che età dovrebbe iniziare il percorso di alfabetizzazione informatica?

Secondo me dipende dall’approccio che ognuno ha col sistema scolastico. Conosco moltissimi ragazzi che affrontano con impegno il percorso di studi, avvalendosi massicciamente delle tecnologie per la loro attività; questi ragazzi poi emergono abbastanza facilmente (soprattutto all’estero, ahimè), anche grazie all’uso corretto e consapevole degli strumenti tecnologici. Se invece si affronta la formazione in maniera indolente e inadeguata, è ovvio che di benefici ce ne siano pochi.

L’alfabetizzazione informatica inizia già adesso molto presto. Il famoso pensiero computazionale (il coding) è abbastanza diffuso già negli ordini di scuola primari. Io stesso sto facendo molta formazione ai docenti di scuola primaria per illustrare loro le opportunità offerte dall’insegnamento del coding e gli strumenti che consentono di farlo in maniera efficace.

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